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Principato Abbaziale di Seborga

Dal 954 d.C. al 1729

Il feudo di Castrum Sepulchri  è citato in un documento del 954, che concerne la donazione del suddetto territorio da parte del Conte Guidone di Ventimiglia ai Padri cistercensi dell’isola di Lerino, di un territorio di circa 14 km2 confinante con San Remo a nord (Repubblica di Genova) e con Perinaldo a sud (Regno dei Savoia), con Ospedaletti a est e con Vallebona a ovest (Repubblica di Genova), oltre alla Cappellania di San Michele a Ventimiglia (oggi chiesa di San Michele della Diocesi Ventimiglia-Sanremo).

Tale documento ritenuto apocrifo, probabilmente essendo andato perduto l’originale, nel 1304 fu nuovamente redatto da Padre Sicard (fonte amministrazione comunale di Seborga risalente al 1963) con le notizie in suo possesso e contenute nel documento originale ; ma questo rifacimento fu considerato autentico sino al 1757, anno in cui gli archivisti torinesi (non a caso…) misero in chiaro la sua falsità.

L’unico documento mai contestato e ritenuto originale del 1177, pervenuto fino ad oggi, riguardante una controversia tra i monaci di Lerino e i conti di Ventimiglia circa i confini delle corrispondenti proprietà tra Vallebona e Seborga, conferma l’esistenza dell’Antico Principato Abbaziale di Seborga.

Il territorio  seborghino, a seguito dell’atto di donazione del 954 d.C., continuò a dipendere amministrativamente dall’Abbazia di Lerino, ubicata nella  contea di Provenza che, dopo essere stata degli Angioini di Napoli, nel 1481 fu annessa al Regno di Francia.

Nel 1261, il Priore della chiesa ventimigliese di San Michele, Giacomo Costa, redasse, su delega dell’Abate di Lerino, gli Statuti e Regolamenti del Principato.

I monaci provenzali traevano scarsi profitti dalle rendite del possedimento e, spesso, erano costretti a contrarre prestiti in denaro per alleviare la misera vita dei sudditi.

Il Principe Abate Cesare Barcillon, nel dicembre 1666, onde ricavare consistenti entrate, aprì un’officina monetaria nel piano sottostante il Palazzo Abbaziale, sito in Piazza San Martino a Seborga: il primo zecchiere fu Bernardo Bareste di Mougins. Furono battuti diversi conii e l’attività durò fino all’ottobre 1689. I Luigini, però, contenevano un basso tasso di argento e dunque non erano graditi neppure in Oriente, anche per la concorrenza di altre zecche, come quella della contea di Tassarolo.
Luigi XIV di Francia ne dispose la chiusura.

A proposito del rango principesco e del diritto di zecca erano prerogative spettanti al Sacro Romano Imperatore  e al  Papa  che potevano estenderle ad eventuali loro vicari. Nel caso di Seborga, si presume che la fonte non fosse imperiale, perché, oltre a non esistere documento che lo provi, i beni della contea di Provenza, estintasi, passarono al Regno di Francia, assolutamente indipendente dall’Impero.

La sua origine, dunque, doveva essere esclusivamente papale: ogni Abate poteva attribuire (e attribuirsi), con Autorizzazione Pontificia, titoli nobiliari.  E questo fecero gli Abati di Lerino, nominandosi “Principi” e assegnando a Seborga il loro predicato aristocratico, in quanto deputati dell’autorità della Santa Sede sul Monastero. Questi, in qualità di Principe Abbaziale  non dipendeva dal clero secolare ma solo dal Papa (“nullius diocesis”): dirigeva, infatti, le parrocchie del territorio e nominava il prevosto di Seborga.

Il Principe Abate non soggiornava frequentemente in Seborga e questa assenza risultava negativa per gli abitanti del paese. Nominava un Vicario, denominato il Podestà, il cui incarico durava da sei mesi a tre anni e poteva essere rieletto. Coadiuvato da due Sindaci e da due Consoli, amministrava il feudo, sotto l’attenta sorveglianza dell’Abate assente, al quale doveva presentare continui resoconti della propria attività pubblica.

Il Principe, ogni tanto, compiva una visita e alloggiava nel palazzo abbaziale: gli spettava il trattamento di “Sua Signoria Reverendissima”, la sua carica era ad vitam, come previsto dal regolamento dell’Ordine Cistercense, per cui ogni Abate viene eletto a vita.

I monaci, però, stanchi di questa amministrazione delegata che rendeva poco a causa dei debiti contratti, dapprima con i genovesi nel 1584, con un contratto redatto dal Notaio Nicolo’ Vigano, poi con altri monasteri e un nobile francese, decisero, di vendere il Principato. La prima vendita fu prevista alla Repubblica di Genova a seguito del debito contratto in precedenza, poi al Duca di Savoia Vittorio Amedeo nel 1697, entrambe annullate dal Sommo Pontefice ed infine l’alienazione si concretizzo’il 30 gennaio 1729 in favore del Re di Sardegna, Vittorio Amedeo II di Savoia  che ambiva avvicinarsi sempre più all’agognato mare.

I Savoia, non volendo rinunciare al tanto sospirato territorio strategico, convinsero l’Abate di Lerino , a riunire la congregazione dei padri di Lerino dell’11 dicembre 1728 e confermare la tanto sospirata alienazione al Re di casa Savoia indi per cui effettuare la vendita a Parigi il 30 gennaio 1729.

In uno scambio di comunicazioni del 12 gennaio 1729, tra l’Avvocato Lea e l’Arcivescovo Principe di Embrun, Pierre Guerin de Tencin, Commissario Apostolico e delegato dal Papa per l’approvazione della vendita, che tra l’altro cita la già tentata vendita del 1697, fu menzionata una missiva di Papa Benedetto XIII del 13 ottobre 1728 (Nostra Apostolica Petitum) che autorizzo’ la vendita a condizione che venissero pagati i debiti che gravano sul Pricipato. Codesta missiva recita testualmente (fonte Archivio di Stato di Torino) : « …in exstravaganti ambitiosa contrabona Eccelsia alienantes statutis…»

L’Arcivesco e Principe della città metropolitana di Embrun, Pierre Guerin de Tencin fu delegato dal Sommo Pontefice Benedetto XIII per definire la controversia tra la Repubblica di Genova che poteva contare sull’amicizia del Podestà di Seborga, Monsignore Giuseppe Biancheri e l’Abate di Lerino, spinto dai Savoia all’alienazione dell’Antico Principato Abbaziale di Seborga.

Il Commissario Apostolico, effettuo’ una minuziosa inchiesta, iniziata a Parigi e conclusa a Versailles l’8 luglio 1728. Tale documento prevedeva ben 9 punti da rispettare. Si ritiene indispensabile sottolineare che per l’alienazione definitive serviva l’autorizzazione dei Padri dell’Abazia di Montmajour di Arles, poiché nel documento originario di donazione del Conte Guidone, risalente al 954, in caso di tentata alienazione da parte dei Padri e Monaci Cistercensi dell’Isola di Lerino, del suddetto territorio di Seborga, ivi compresa la Cappellania di San Michele in Ventimiglia, il lascito sarebbe stato trasferito d’ufficio ai Padri di Mont Majeur d’Arles.

Per cui il delegato del Sommo Pontefice, Arcivesco e Principe di Embrun, interpello’ i suddetti Pardi di Arles che quantificarono l’importo di risarcimento in 15.000 lire di valuta sabauda.

L’importo di vendita, ricordiamo fissato in 147.000 Lire di valuta sabauda, doveva essere per cui decurtato della somma pari a 15.000 Lire di valuta sabauda, fissata per il risarcimento dei Padri di Montmajour di Arles. La restante somma di 132.000 Lire di valuta sabauda, secondo il documento visionabile presso l’Archivio di Torino, redatto dal delegato, Arcivesco e Principe della città metropolitana di Embrun, avrebbe dovuto esser stato versato alla Repubblica di Genova per saldare i debiti contratti nel lontano 1584, con relativa quietanza da allegare all’atto di alienazione.

Non si comprende pero’ la dimenticanza dei debiti contratti col Monastero di Grasse e col nobile francese.

Ad ogni modo, l’Arcivescovo e Principe della città metropolitana di Embrun, delegato dal sommo Pontefice Benedetto XIII, autorizzo’ la vendita ivi condizionata in assenza di una ulteriore autorizzazione papale.

Il contratto di vedita fu stipulato dall’Avvocato Francesco Lea, presente un rappresentante dell’ultimo Principe Abate mitrato Fauste de Balon, il Reverendo economo dell’Abazia di Lerino, Padre Benoit de Benoit. La somma fu fissata in 147.000 lire di valuta sabauda. La vendita fu effettuata a Parigi in presenza di un notaio che ne registro’ gli effetti.

Copia del suddetto atto alienazione ai Savoia è custodita presso l’Archivio di Stato di Torino (I).